Il mondo della moda e quello agro-alimentare sembrano estremamente distanti: il primo è incentrato sulle nuove tendenze e sul design, l’altro sulla coltivazione, lavorazione, produzione e distribuzione di alimenti, dall’azienda agricola a mercati e ristoranti. Sebbene per molto tempo le sinergie e i trade-off tra questi settori non siano stati esplorati, oggi sono sempre più numerose le occasioni di collaborazione, in una logica di economia circolare basata su soluzioni innovative e sostenibili.

 

Emergenza Terra: il cambiamento è inevitabile

Abbiamo già varcato molti dei planetary boundaries, i confini planetari individuati dallo Stockholm Resilience Center per definire lo “spazio operativo sicuro” in cui l’uomo può agire senza rischiare che la Terra divenga un luogo non solo poco ospitale, quanto del tutto inabitabile. Cambiamento climatico, perdita della biodiversità, consumo di suolo e di acqua, inquinamento biochimico: questi sono solo alcuni dei pericolosi limiti che sono già stati attraversati o sono sul punto di esserlo.

Per approfondire vi invitiamo alla visione della Ted Conference di John Rockstrom sui planetary boundaries:

 

Il cambiamento climatico influisce largamente sull’industria food e, altrettanto, su quella fashion, in quanto sia i prodotti agro-alimentari che le materie prime per i tessuti derivano da processi naturali. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha recentemente riferito che i fenomeni metereologici estremi, la crescente scarsità d’acqua, la perdita dei raccolti sono responsabili di una sempre maggior insicurezza alimentare, che sottopone la salute umana a gravi rischi.

Sebbene questi processi non siano riconducibili esclusivamente al settore agro-alimentare e a quello della moda, si può con certezza affermare che i loro modelli di business lineari contribuiscano in modo significativo a gravare sulle risorse naturali in termini di emissioni di gas serra, uso e inquinamento dell’acqua, rifiuti e cambiamento di destinazione d’uso del territorio.

La crescita della popolazione mondiale, che dovrebbe superare gli 8,5 miliardi di persone entro il 2030, aggraverà ulteriormente la situazione: si stima infatti che il consumo complessivo di abbigliamento aumenterà del 63% e, allo stesso tempo, sarà necessario un aumento del 50% della produzione agricola per sfamare i nuovi nati.

 

Slow, una filosofia che dal food si diffonde al fashion

Come la rivoluzione del fast food degli anni ’80, il fenomeno del cosiddetto “McFashion” si fonda su una produzione di massa, scarsa qualità e prezzi bassi. In questo sistema, gli abiti vengono utilizzati per brevi periodi di tempo e poi gettati via, per un ammontare equivalente di un camion di rifiuti tessili (circa 12-14 tonnellate) ogni secondo.

 

La raccolta e l’approvvigionamento di fibre naturali e sintetiche, la loro tintura e lavorazione, è altamente inquinante e consuma notevoli quantità di risorse, acqua e terra – che sono anche essenziali per le attività agricole. Le fibre sintetiche, adoperate in larga misura nel fast fashion, rilasciano micro-plastiche che dalle lavatrici domestiche raggiungono fiumi, laghi e oceani, avvelenando pesci e altri animali selvatici che finiscono in ultima istanza nella nostra catena alimentare. Allo stesso tempo, anche la coltivazione di fibre naturali può avere effetti deleteri sull’ecosistema terrestre: basti pensare al caso del Lago Aral, ormai quasi prosciugato per irrigare i campi di cotone, la “coltura assetata”, in Uzbekistan.

 

Le fibre naturali sono più ecologiche di quelle sintetiche? Scoprilo qui: http://rencollective.org/conversazioni-mauro-rossetti-fibre-naturali-sintetiche-quali-le-piu-ecologiche/

 

Ispirandosi ai principi di Slow Food, che mira a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi, grazie ai saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali, nel mondo del fashion sta prendendo piede in modo crescente il movimento Slow Fashion, che sostiene una transizione verso una moda “lenta”, più duratura e sostenibile.

 

Il costo ambientale e sociale degli sprechi alimentari

Ogni anno, circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono perse o sprecate. Ciò implica che tutte le risorse necessarie per produrre, immagazzinare, trasformare, trasportare e infine vendere quest’enorme quantità di alimenti vengono utilizzate invano. Oltre a rappresentare una chiara inefficienza dal punto di vista economico, questa inutile dissipazione di risorse appare ancor meno tollerabile alla luce delle sfide globali. Un altro punto preoccupante riguarda l’inquinamento ambientale associato agli sprechi alimentari, che da soli generano circa l’8% delle emissioni globali di gas serra. Ancora, la produzione del 30% di alimenti che finiscono per essere sprecati comporta un aumento del 50% di risorse idriche necessarie per l’irrigazione.

 

Poiché gli attuali modelli di produzione e di consumo non risultano sostenibili sul lungo termine, in assenza di correttivi, sia l’industria alimentare che quella della moda dovranno fronteggiare la crescente scarsità ed esaurimento delle risorse. È quindi impellente la necessità di abbandonare l’attuale sistema lineare “take-make-dispose” e passare ad un approccio circolare, incentrato su strategie di riciclo, riparazione e trasformazione. Ciò che nel modello lineare è considerato uno spreco, nel contesto di un’economia circolare diviene una risorsa. In questo modo si chiude il cerchio tra materie prime e rifiuti, assicurando che tutte le risorse siano utilizzate nel modo più efficiente possibile.

 

Compriamo, indossiamo, strappiamo, buttiamo via.
Dobbiamo passare da un modello economico lineare ad uno circolare, dove i materiali possono essere recuperati. #lovedclotheslast http://fashionrevolution.org/resources/fanzine/

 

Rifiuto di oggi, risorsa di domani: la nuova vita degli scarti alimentari come risorsa per il settore dell’abbigliamento

Trasformare gli scarti alimentari in risorse rappresenta un passo essenziale per aumentare l’efficienza delle risorse, in un’ottica di economia circolare, oltre a migliorare le pratiche di gestione dei rifiuti e limitare l’uso dello smaltimento in discarica. D’altro canto, le innovative fibre derivanti da scarti non necessitano di terreno, acqua, fertilizzanti o pesticidi per essere prodotte. Un ulteriore vantaggio per i brand è rappresentato dal fatto che l’adozione di fibre più sostenibili rappresenta un vero e proprio elemento di differenziazione rispetto ai competitors: dallo sviluppo di nuovi prodotti a campagne di marketing, le soluzioni più green sembrano sempre suscitare sempre maggior interesse, soprattutto tra i Millennials, che sono estremamente attenti alla sostenibilità – come le recenti manifestazioni per il clima promosse da Greta Thunberg, candidata al premio Nobel per la Pace, dimostrano.

 

 

Fino ad oggi, il rapporto tra industria della moda e agri-food è stato descritto in termini negativi, con la prima accusata di sottrarre alla seconda preziose risorse naturali. Al contrario, le più recenti innovazioni dimostrano come la collaborazione inter-industriale possa condurre a notevoli benefici ambientali, sociali ed economici.

In linea con quanto previsto dal SDG 17, il successo dell’Agenda di Sviluppo Sostenibile richiede la costituzione di partnership fondate su principi e valori comuni, nonché su una visione condivisa, che ponga le persone e il pianeta al centro dell’attenzione. Gli sforzi congiunti sopra descritti vanno in questa direzione e sembrano particolarmente incoraggianti per affrontare con successo sfide comuni per le due industrie lungo le loro filiere produttive, dalle materie prime al fine vita dei prodotti.

 

Una versione più ampia e in inglese è stata pubblicata su GIFT, Great Italian Food Trade (tutti i diritti riservati) ed è disponibile qui:
https://www.greatitalianfoodtrade.it/progresso/gli-scarti-alimentari-diventano-abiti

 

Un ringraziamento particolare agli autori:
Sara Cavagnero
LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/sara-cavagnero-1044a9143
Luca Lazzarini
LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/luca-lazzarini-147278144/

 

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