Di Anna Iallorenzi

 

 

Svelate le origini di un mito ripetuto così tante volte che nessuno ha mai pensato di mettere in discussione.

Vanessa Friedman, The New York Times.

Membri autorevoli del settore lo hanno dichiarato ripetutamente, e con assoluta certezza, in articoli, conferenze e interviste. È apparso come un vangelo su testate quali Fast Company e il The Guardian. Ha avuto un ruolo di rilievo in un lungometraggio documentaristico.

Che cos’è?

La dichiarazione, ugualmente perentoria quanto dannosa, secondo cui l’industria della moda sia la seconda più inquinante al mondo. Si tratta di qualcosa di talmente scioccante, così d’effetto e molto facile da credere.

C’è solo un problema.

“Non è realisticamente vero”, ha dichiarato Jason Kibbey, amministratore delegato della Sustainable Apparel Coalition. Alla fine di un anno in cui le bugie e i cosiddetti “fatti alternativi” hanno dominato la conversazione; quando disinformazione è stata scelta come parola dell’anno da Dictionary.com; e nel momento in cui la tendenza a ridurre questioni complesse ad affermazioni in bianco e nero molto più tweettabili ha distorto la percezione delle cose, è arrivata l’ora di porre fine, una volta per tutte, a questo particolare eco-mito. Solo allora potremo effettivamente affrontare il problema, in tutta la sua complessa e sfaccettata realtà.

Non c’è dubbio che ci siano gravissime questioni relative alla sostenibilità e all’abbigliamento. I marchi di moda hanno enormi responsabilità nelle emissioni di anidride carbonica, nel deflusso chimico e nel sovraccarico delle discariche in diverse parti del mondo. Tutto ciò è assolutamente meritevole di un mea culpa. Allo stesso modo, non c’è dubbio che designers e dirigenti debbano pensare sistematicamente al proprio posto nella catena di produzione, sia naturale che umana, e a come possano arrecare il danno minore.

E’ altrettanto inequivocabile che sia più semplice e più accattivante definirsi “il secondo più grande inquinatore al mondo” piuttosto che etichettare l’industria tessile tintoria e di finissaggio quale “inquinatore N.1 delle acque pulite (dopo l’agricoltura)”, come riporta un rapporto pubblicato sulla rivista Natural Science nel 2012.

Ma, un attimo, non si tratta solo di moda. Si potrebbero includere anche gli articoli per la casa e la biancheria da letto, tra le altre cose. Come è possibile, quindi, analizzare la quota di responsabilità del fashion e cosa potrebbe significare?

Non esiste una fonte credibile e verificabile che si prenderà la responsabilità di tutta questa idea della “seconda più grande…”. Rintracciare le origini di tale rivendicazione è come giocare al telefono senza fili, saltando di link in link, a citazione, senza arrivare mai alla fine. Forse è questo il motivo per cui la maggior parte delle persone che per prime hanno reso popolare l’affermazione, stanno finalmente iniziando, certo con un po’meno rumore, a cercare di fare un passo indietro.

 

 

Un articolo sul sito OneGreenPlanet, ad esempio, afferma che “l’industria della moda, del valore di 3 trilioni di dollari, è la seconda più inquinante, dopo quella del petrolio”, e quindi si collega a un pezzo sul sito EcoWatch, che cita Eileen Fisher, la designer che ha fatto della sostenibilità i binari su cui si muove il suo marchio omonimo e che è stata premiata per il suo lavoro nel settore.

In un’intervista, Fisher ha affermato di ritenere di aver originariamente ottenuto le sue informazioni da “The True Cost”, un film del 2015 di Andrew Morgan. Credeva inoltre che il tema fosse stato dibattuto anche dal Glasgow Caledonian Fashion Center.

Quando è stata posta la stessa domanda a Cara Smyth, vice presidente del Glasgow Caledonian New York College, ha risposto di pensare anche lei che l’affermazione derivasse dal film. Eppure, quando ho chiesto a Morgan, il regista del film, dove avesse ottenuto il dato nel 2015, ha fatto riferimento agli organizzatori del Copenhagen Fashion Summit, una conferenza sulla moda sostenibile, tenutasi nel 2008 (Sono stata relatrice all’ evento).

Jonas Eder-Hansen, direttore degli affari pubblici della Global Fashion Agenda, un forum sui temi della sostenibilità e della moda, nato dal Copenhagen Fashion Summit, ha affermato di ritenere che il fatto originale, spesso ripetuto da Eva Kruse, la fondatrice di G.F.A., provenisse da un rapporto della società di consulenza Deloitte. Questo rapporto è venuto alla luce in Danimarca intorno al 2012, ma da allora non se ne hanno tracce. Contattata a riguardo, Deloitte non ha fatto chiarezza sull’identità del rapporto.

“Ho provato per un momento il timore che provenisse da me”, ha dichiarato Linda Greer, ex scienziata senior del Natural Resources Defense Council. “Circa una decina di anni fa, stavo studiando le industrie che inquinavano in Cina, e la moda saltò fuori per quanto riguardava l’acqua. Ma dipende molto da cosa si sta osservando.”

 

 

Questo è in parte il motivo per cui Fisher ha recentemente iniziato a ritrattare. “Ho cercato di smettere di dirlo perché il mio team ha internamente chiarito che non possiamo confermarlo”, ha dichiarato. “Penso che siano passati circa sei mesi.”

Anche i fondatori del Copenaghen Fashion Summit hanno fatto marcia indietro, spostandosi “su affermazioni più vaghe come ‘una delle industrie a maggior consumo di risorse’ “, come asserisce Eder-Hansen.

Nel 2017, la G.F.A. ha rilasciato un report intitolato “Il polso della moda” che proprio all’inizio recita: “In effetti, vi è una mancanza di fatti affidabili per guidare l’azione. Non è sufficiente reagire ad affermazioni infondate come “L’industria della moda globale è la seconda industria più inquinante al mondo.” I dati e i collegamenti stabiliti tra causa ed effetto sono ciò che stimola le idee, crea opinioni e sponsorizza l’azione”.

“Eppure continuiamo a sentirlo”, sostiene Eder-Hansen. “E ogni volta che accade”, continua, “proviamo a dire che non è un dato accurato”.

Alden Wicker, giornalista e fondatore del blog Ecocult, e uno dei primi a provare a smascherare l’affermazione in un articolo del 2017 su Racked, ha iniziato a fare la stessa cosa.

“Un mese fa ho scritto una serie di e-mail in maniera compulsiva, contattando i primi 10 siti web che sono saltati fuori quando ho digitato su Google ‘la moda è la seconda industria più inquinante”, dichiara Wicker “Ho ricevuto una sola risposta.”

Ma importa davvero se questa esagerazione è ancora valida? Dopotutto, come sostiene Greer, “sia che si tratti della n. 2 o della n. 5, il punto non è completamente fasullo”. Se le estremizzazioni sono ciò che spinge all’azione necessaria, il fine dunque giustifica i mezzi? O tutto questo finisce per spingerci ancora più in basso sulla pericolosa china dei fatti alternativi su cui stiamo già scivolando?

“Abbiamo bisogno di un po’ di tragedia, altrimenti finiremo sul Titanic”, sostiene Fisher. Quindi sospira. “Ma le falsità non vanno bene”.

Il problema è che, secondo Eder-Hansen, “finiamo per perdere la nostra credibilità se andiamo in giro a diffondere informazioni per sentito dire, motivo per cui avere dati precisi è così importante”.

Kibbey ha affermato che la pura e semplice proporzione della “seconda più grande..” tende anche a mascherare la necessità di sforzi di raccolta dati più minuziosi – sforzi che sono fondamentali per quantificare l’impatto della moda, al fine di trovare modi per migliorarlo. “Vorrei che svanisse”, conclude.

La verità è che avremmo dovuto sospettare sin dall’inizio che questa fosse una formulazione troppo scontata. L’industria della moda è fatta di catene di approvvigionamento complesse, a volte impossibili da rintracciare, e i dati sono troppo frammentari per dedurre un numero chiaro come quello.

Quindi, perché così tante persone si sono fatte ingannare? e perché le smentite non riescono a diffondersi?

In parte, per la stessa ragione per cui così tanti cadono in altre falsità: la meravigliosa semplicità dell’accusa. Dilaga attraverso tutti quei pregiudizi che esistono in un settore spesso associato all’ indulgenza e alla cultura dell’usa e getta. Conosce il modo di toccare i tasti giusti.

“La moda è un’industria che guarda al consumatore”, spiega Greer. “Il cemento e l’acciaio, sono due dei maggiori responsabili delle emissioni di monossido di carbonio industriali, eppure la maggior parte della gente non compra né acciaio né cemento”. Quindi non può capire.

Inoltre, a differenza di molte altre distorsioni che fluttuano nei social media, questa non nasce da una maliziosa premeditazione; né appare come il prodotto di una truffa o di un manipolazione della realtà. Probabilmente, anzi, deriva da buone intenzioni: il desiderio di richiamare un’industria globale alla necessità di fare meglio.

Questo è in parte il motivo per cui “ogni volta che qualcuno lo dice in un panel o in una conferenza, è quasi impossibile contraddirlo”, sostiene Wicker. Se lo fai, aggiunge, sei “accusato di negatività, o di chiedere scusa a nome dell’industria della moda”.

Tuttavia, ciò che sappiamo dovrebbe essere sufficientemente preoccupante anche da solo. Si consideri quanto segue:

 

• Quasi tre quinti di tutti gli indumenti finisce negli inceneritori o nelle discariche nel giro di un anno dalla produzione.

• Oltre l’8% delle emissioni globali di gas serra sono prodotte dalle industrie dell’abbigliamento e delle calzature.

• Circa il 20-25% dei composti chimici prodotti a livello mondiale sono utilizzati nell’industria della finitura tessile.

 

Tutto questo, non solo è piuttosto schiacciante di per sé, ma è anche controllabile alla fonte.

I primi due stralci di dati provengono da rapporti di McKinsey e Qantis mentre Greer ha fornito il terzo in un testo intitolato “Manuale di bonifica dei rifiuti tessili”, pubblicato da Mohd Yusuf.

Anche se, ammettiamolo, se stai cercando di catturare l’attenzione del pubblico, ci sarebbe da lavorare un po’ su quel titolo.

 

 

Una versione di questo articolo è stata pubblicata il 20 dicembre del 2018 a pagina 5 del New York Times con il titolo “La volgare menzogna sulla moda”.

Traduzione di Anna Iallorenzi

Immagini: Christopher Payne, Michelangelo Pistoletto, Alastair Philip Wiper, Andri TambunanChristian Boltanski