Di Daniela Iallorenzi

Il cibo è una parte fondamentale della nostra vita, così importante che le nostre abitudini alimentari sono notevolmente cambiate: acquistiamo biologico, favoriamo un consumo stagionale, supportiamo piccole realtà produttive sostenibili eppure sugli scaffali troviamo prodotti avvolti in un packaging aggiuntivo che è molto poco green.

 

Insomma, una considerevole quantità di imballaggi in plastica occupa i nostri carrelli della spesa. Insieme agli stili di vita è cambiato anche il sistema della fruizione: aumenta il consumo domestico o extra-domestico individuale e crescono le modalità veloci e frammentate. Di conseguenza, parlando di packaging, assistiamo al dilagare di strati di involucri a protezione di cibi già pronti o preconfezionati.

In questo scenario si impone un cambiamento di rotta, che viri verso nuove tipologie di confezionamento, totalmente plastic-free, preferibilmente biodegradabili e persino commestibili, realizzate mediante un ciclo virtuoso a partire dagli scarti alimentari.

Come possiamo immaginare, l’importanza del packaging nei prodotti alimentari è rilevante sotto vari aspetti:

  • Deve garantire l’integrità e la conservazione del prodotto
  • Deve apparire funzionale dal punto di vista dell’ingombro e della facilità di utilizzo
  • Deve rispondere in maniera sostenibile alla fase post-consumo

Pare che si prenda coscienza dell’esistenza stessa di una questione ambientale solo nel momento dello smaltimento del rifiuto.

Tuttavia, se da un lato ci si attende una maggiore attenzione del consumatore finale rispetto all’abuso di imballaggi in plastica, allo stesso tempo, si richiede alla filiera del packaging uno sforzo superiore nella gestione del fine vita. In questa direzione si sono mosse alcune realtà virtuose, iniziando un’ interessante sperimentazione con gli sprechi alimentari per la produzione di materiali alternativi adatti alla realizzazione di imballaggi che non siano solo biodegradabili, ma addirittura commestibili. Si parla di una fenomenale sfida d’innovazione ma anche di un enorme potenziale commerciale.

Vi presentiamo di seguito quattro realtà che offrono letteralmente un assaggio di quel futuro senza plastica che sogniamo.

 

 

Evoware

Evoware è una società indonesiana che commercializza una bioplastica commestibile, ottenuta dalla lavorazione delle alghe, la cui sovrapproduzione andrebbe altrimenti sprecata.

Dal punto di vista funzionale la bioplastica ottenuta è trattabile con inchiostri alimentari ed è estremamente facile da plasmare in forme quali piatti, bicchieri, coppette e sacchetti da sigillare a caldo. Ad oggi, risulta maggiormente adatta al consumo di cibi freschi piuttosto che da scaffale, in quanto le condizioni igieniche di esposizione a polvere e germi non sarebbero ideali.

Evoware ha già conseguito la certificazione HACCP; è inodore e insapore, con un alto contenuto di fibre, vitamine e minerali. Per chi non volesse mangiarla, basterà dissolverla in acqua tiepida perché si biodegradi completamente, o utilizzarla come fertilizzante naturale.

 

 

Ohoo Balls

Dalle fervide menti della start-up britannica Skipping Rocks Lab arriva la soluzione alternativa alla bottiglietta in plastica: gli ideatori, tre giovani ingegneri spagnoli, hanno sviluppato una doppia membrana gelatinosa, dall’alginato di sodio e cloruro di calcio e le hanno dato la forma di una bolla in grado contenere 250 ml di liquido. La membrana può essere aromatizzata (menta, sambuco, ribes nero, arancia, zenzero ) e colorata, ed è completamente edibile. In alternativa può essere scartata come la buccia di un frutto, promettendo di biodegradarsi in sole 4/6 settimane.
Per sottolineare le piccole criticità del prodotto, si parla in primis della sua conservabilità (solo alcuni giorni), nonché del consumo immediato e non dilazionabile nel tempo.

Tuttavia i benefici restano tantissimi, non ultimi quelli economici (il materiale ha un costo di produzione inferiore alla plastica) e ovviamente ecologici (produce 5 volte meno CO2 e impiega 9 volte in meno energia di quella necessaria al PET). In futuro si prevede di estendere le sue applicazioni alle bevande analcoliche, agli alcolici e ai cosmetici.

Ad oggi, in questa forma, Ooho si mostra particolarmente adatta a contesti come eventi sportivi o grandi manifestazioni e festival musicali in cui il tasso di rifiuti prodotti e consumati in loco è altissimo.

 

 

WikiCells

Si deve al visionario ingegnere biomedico David Edwards il brevetto di WikiCells, una membrana formata da cellule e polimeri biodegradabili utile ad avvolgere alimenti, preferibilmente di gusto affine al contenuto: sono state pensate infatti WikiCells al cacao, per accompagnare la cioccolata calda, o all’arancia.

L’azienda si propone di creare involucri che funzionino allo stesso modo delle “barriere” naturali che proteggono frutta e verdura, impedendone l’esposizione ai danni ossidativi causati dall’aria.

I limiti del prodotto, come di altri simili nella concezione, riguardano i pericoli di possibili contaminazioni batteriche al momento della commercializzazione e dell’esposizione diretta sugli scaffali. A riguardo Edwards assicura che la membrana sarà lavabile e igienizzabile proprio come un comune frutto. WikiCells, è ancora in fase di sviluppo.

 

 

Scoby

Si deve al genio della designer polacca Roza Janusz l’ideazione di Scoby, packaging biologico, commestibile e completamente riciclabile. Scoby nasce da un semplicissimo processo low-tech che consiste nell’aggiunta di zucchero e altre sostanze organiche al kombucha, la nota bevanda fermentata a base di tè originaria della Cina. Batteri, lieviti e rifiuti agricoli contribuiscono in sole due settimane al generarsi di una sottile membrana dall’aspetto simile alla cellulosa che non necessita della luce solare per il suo accrescimento e possiede la virtù di poter essere prodotta direttamente dai contadini con gli stessi strumenti che utilizzerebbero per la coltivazione delle cipolle.

Il sottile film funge da barriera contro l’ossigeno, il principale responsabile della decomposizione dei cibi, ma è completamente vegetariano e dopo l’uso, può essere sia mangiato che compostato, comportandosi da fertilizzante naturale o da bevanda probiotica.

Scoby è adatto all’imballaggio di prodotti secchi come semi, erbe ma anche verdure o prodotti precotti. A differenza dei precedenti, essendo prodotto tramite fermentazione, ha il vantaggio di avere una shelf-life piuttosto lunga.

 

 

In sintesi, nonostante i numerosi vantaggi dei materiali commestibili e biodegradabili, attuali oggetti di studio, si dovranno superare una serie di problematiche relative al potenziale di sviluppo; ai costi di produzione per via della difficoltà per queste start-up di reperire risorse necessarie all’investimento in progettazione e ricerca; al miglioramento delle caratteristiche di permeabilità della barriera.

 

E voi cosa ne pensate?
Vi incuriosisce l’argomento tanto quanto noi?
Sareste disposti a provarle?

Immagini: Evoware, Ohoo Balls, WikiCells, Scoby