Di Daniela Iallorenzi

Scegliere i nostri in capi modo critico e consapevole non è affatto semplice soprattutto se ci si imbatte in una miriade di tessuti di cui spesso non conosciamo né origine né composizione.

 

Nel tentativo di orientarci in questo territorio vastissimo e in continua evoluzione, possiamo iniziare a operare una semplice suddivisione delle fibre tessili in due macro-categorie: naturali, ovvero derivate da fibre organiche o di origine animale, e “man-made”, cioè prodotte dall’uomo attraverso processi chimici. Nel primo gruppo possiamo inserire ad esempio il cotone, il lino, la canapa tessile, la lana, la seta e il caucciù o gomma naturale, mentre nel secondo tutte le fibre sintetiche come il nylon e il poliestere, ottenuti da materiali fossili, e quelle artificiali come il rayon e l’acetato, prodotti a partire dalla cellulosa degli alberi.

Eppure è a questo punto che dobbiamo stare particolarmente attenti a non farci ingannare dalla presunta opposizione naturale = buono / man-made = cattivo.

Dobbiamo infatti sapere che se volessimo ragionare in termini di sostenibilità, il riferimento unico all’origine delle fibre non decreterebbe necessariamente l’impatto ambientale del materiale ottenuto. Al contrario il processo produttivo a cui vengono sottoposte le sue fibre sarebbe un indicatore più specifico.

Sulla base di questo ragionamento potremmo introdurre una ulteriore categoria di tessuti, alla quale ascrivere anche le cosiddette fibre tessili innovative ottenute proprio ponendo grande attenzione al processo produttivo. Sono sempre più numerosi e avanguardisti i progetti di ricerca che negli ultimi anni hanno lavorato o su una gestione più efficiente delle materie prime a nostra disposizione o sullo scarto della produzione alimentare quale preziosa risorsa da utilizzare. Alcune delle aziende in questione hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti per aver generato materiali a basso impatto ambientale che si potessero inserire a buon titolo nell’elenco delle soluzioni percorribili da quell’economia circolare di cui tanto si parla. Dal proposito di ridurre i rifiuti industriali della lavorazione delle arance nascono il filato di Orange Fiber mentre i meravigliosi tessuti in similpelle vegetale di Muskin, Piñatex, Wineleather e Pellemela sono stati ottenuti rispettivamente dai funghi, dall’ananas, dalla vinaccia e dalla mela.

 

 

Fibre tessili innovative

Tuttavia per quanto il futuro della ricerca si prospetti sempre più green, la famelica industria della moda continua ad erodere le già scarse riserve di risorse tessili a disposizione. Per darvi un’idea dei numeri in questione: le fibre naturali rappresentano oggi il 40% delle fibre tessili utilizzate nel mondo, mentre il restante 60% è rappresentato dalle fibre sintetiche ed artificiali.

In questo scenario poi si verificano ulteriori situazioni paradossali anche in quelle colture di natura organica dalle quali, per loro stessa natura, ci si attenderebbe un bassissimo impatto ambientale. Ad esempio, tra i tessuti naturali, il caso del cotone, che, sebbene organico, continua a risultare un materiale ad altissima intensità di consumo di risorse. Dall’altro lato, sembra non arrestarsi la produzione di fibre artificiali, comunque molto richieste dall’industria dell’abbigliamento, quali acrilico, poliestere, nylon e spandex, che continuano a causare danni irreversibili al pianeta poiché a base di petrolio.

È per queste ragioni che sempre più aziende cercano fibre e tessuti alternativi sostenibili.

È il caso di Flocus, marchio tessile con sede a Shanghai, che produce una delle fibre più sostenibili sul mercato, promettendo di lasciare un bassissimo impatto sul pianeta: la fibra di Kapok.

 

 

Il fusto di questa meravigliosa pianta presenta una particolarissima superficie aculeata che costituisce una protezione naturale da eventuali attacchi animali ed è molto resistente: l’albero di Kapok così, nella sua straordinaria autosufficienza, non richiede alcun ulteriore intervento da parte dell’uomo durante la coltivazione, così permettendo di evitare l’uso di composti agrochimici tanto abusati in altri contesti in cui si mira a preservare la redditività della pianta a danno dell’ambiente.

L’albero può quindi prosperare naturalmente, raggiungendo persino i 77 metri di altezza e i 3 metri di diametro, e consegnando sia i frutti che la sua parte non alimentare, la fibra.

I frutti del Kapok si presentano sotto forma di centinaia di baccelli della dimensione di 15 cm ciascuno, contenenti i semi dell’albero avvolti e protetti da una fibra soffice, setosa e dalla mano morbida che Flocus ha trasformato in limatura, tessuti e filati sostenibili ed ecologici (ideali per imbottiture).

L’unico neo da tenere in considerazione è che sebbene la fibra possa essere con successo convertita in tessuto, non è ancora possibile produrre un tessuto 100% Kapok.

Tuttavia, basta associarlo ad altri materiali quali il cotone, per generare miscele di materiali altamente sostenibili e arrivare a preservare enormi quantitativi di risorse e in particolare di acqua.

Per essere più chiari, se a un chilogrammo di cotone, necessario per realizzare quattro t-shirt, venisse sostituito il 30% in Kapok, si risparmierebbero ben 3.000 litri di acqua, l’equivalente di 15 vasche da bagno piene!

 

 

Premi

Flocus ha ricevuto una serie di importanti riconoscimenti internazionali a partire dai 2015 Performance Days quando il suo tessuto in kapok è stato selezionato tra quasi 850 altri tessuti come il più innovativo ed ecologico. A seguire nel 2016, viene insignito da PETA e da OutDoor Friedrichshafen per i meriti acquisiti nella ricerca e nello sviluppo di una tecnologia avanzata. L’anno scorso, all’ISPO, fiera internazionale sportiva l’imbottitura vegana della Flocus si è assestata tra i prodotti Top Ten per la collezione autunno / inverno.

Ancora più recentemente, Flocus è stata scelta fra centinaia di candidati, come una delle 15 startups che prenderanno parte all’iniziativa di accelerazione Plug and Play di Fashion for Good che includerà il mentoring dei suoi partner, nonché assistenza e supporto per implementare le proprie tecnologie, le metodologie e i modelli di business.

Se vi siete incuriositi e volete saperne di più, guardate il video a questo link.

Immagini: Meineresterampe, Bishnu Sarangi, Flocus