Gli effetti del Covid-19 stanno minando la catena di approvvigionamento della moda. In Bangladesh, dove la produzione di abbigliamento è un settore chiave, si sta assistendo ad una vera e propria crisi sociale che il Paese non si può permettere. Con l’annullamento delle spedizioni e la chiusura delle fabbriche, la pandemia globale ha causato caos e sofferenze a milioni di lavoratori dell’abbigliamento. Ecco l’appello alle aziende internazionali per sostenere il settore.

 

Il grido d’allarme, Rubana Huq, presidente della Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (BGMEA),  lo ha affidato a un video su Youtube.

 

Il destino di 4,1 milioni di lavoratori dell’abbigliamento è nelle mani dei brand di moda occidentali, che avrebbero cancellato, con mail aziendali impersonali, ordini già completati per oltre 2,8 miliardi di dollari a seguito dell’aggravarsi della pandemia da Covid-19 e la conseguente chiusura dei negozi.

Un sondaggio condotto dal Center for Global Workers’ Rights tra il 21 e il 25 marzo 2020 su 319 proprietari di fabbriche di abbigliamento in Bangladesh ha rivelato che, al momento della cancellazione degli ordini, oltre il 72% degli acquirenti ha rifiutato di pagare le materie prime (tessuti, ecc.) già acquistate dal fornitore e oltre il 91% ha rifiutato di farsi carico dei costi di produzione.

Ciò ha comportato la chiusura totale o parziale delle attività nel 58% delle fabbriche, il 72,4% delle quali ha dichiarato di non essere stato in grado di fornire ai propri lavoratori alcuna remunerazione o indennizzo.

Nel suo disperato appello, Rubana Huq, che è a sua volta titolare di una fabbrica di abbigliamento, chiede ai brand di ritirare le merci che sono pronte per essere spedite e di pagarne l’intero costo, seppur a condizioni flessibili, o almeno di rimborsare alle fabbriche i costi di produzione, al fine di pagare gli stipendi ai lavoratori.

 

 

“Non stiamo chiedendo l’elemosina ai brand”, ha detto Huq, ”ma soltanto di onorare gli accordi contrattuali. Senza una loro assunzione di responsabilità non possiamo sopravvivere”. Citando le politiche di responsabilità sociale d’impresa e i manifesti sui diritti dei lavoratori pubblicizzati dai brand sui loro siti, sorge spontanea la domanda: “Come possono ora abbandonare con tanta facilità le manifatture e i lavoratori dell’abbigliamento, che hanno prodotto i capi grazie ai quali hanno accumulato una grande ricchezza?”

L’industria dell’abbigliamento è la spina dorsale dell’economia del Bangladesh e rappresenta oltre l’80% delle esportazioni del paese. Per essere competitive, le manifatture lavorano con margini per unità irrisori; gli stipendi minimi dei lavoratori, che ammontano a circa 85 euro al mese, sono i più bassi del mondo.

 

 

Alcune imprese, come PVH (proprietaria di Tommy Hilfiger e Calvin Klein), hanno dichiarato di voler adempiere ai propri obblighi, previa revisione dei termini contrattuali. Alcuni rappresentanti di Primark hanno dichiarato di ritirare la merce, pagando dopo 180 giorni. Anche H&M ha affermato di voler onorare i propri impegni con i fornitori.

Ma non è abbastanza, poiché i brand che producono in Bangladesh sono molti di più.

 

 

In questo momento di emergenza siamo chiamati a riscoprire la solidarietà e l’unità, andando oltre gli interessi egoistici e collaborando tutti insieme per non acuire le conseguenze della crisi economica.

Cosa puoi fare tu? Fai sentire la tua voce!

Manda una mail o scrivi un post su Facebook, Instagram o Twitter ai brand, chiedendo loro di assumersi le proprie responsabilità. In questa situazione di crisi globale, nessuno deve essere lasciato solo.

Puoi ispirarti ai modelli preparati dal Fashion Revolution: https://www.fashionrevolution.org/about/get-involved/

 

L’articolo originale, dal titolo ”The True Cost Of Brands Not Paying For Orders During The COVID-19 Crisis” , è stato pubblicato il 30 Marzo 2020 su Forbes da Brooke Roberts-Islam. Estratto italiano a cura di Sara Cavagnero. Si ringrazia per il contributo Karen Modeo.

 

Immagini: Sarathy Selvamani, Dabindu Collective Union, Adli Wahid, Steve McCurry
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